Blog politematico che vive ad un'altra velocità

E’ inutile… non sembra nemmeno vero.
A chi non vive in questa città, a chi non la conosce, a chi non ci è nato vent’anni fa e non è cresciuto nel pieno dei bui anni del leghismo e del berlusconismo può sembrare esagerato.
Dire che una cosa così non l’avevo mai vista, che una commozione del genere non l’avevo mai provata sembrano assurdità, esagerazioni, deliri; non è vero.
Arivato sul tardi, verso le 23.30, alle porte di piazza Duomo qualcosa non tornava: non il solito traffico, non la solita confusione. Una confusione nuova, gioisa, festante, allegria e colore nelle persone che incontri, biciclette parcheggiate che affollano le ringhiere offerte dalle entrate della metro.
Ti addentri, verso la stazione del bikeMI: piazza Duomo è stato teatro di grandi manifestazioni di gioia, dall’inter del triplete all’ultimo scudetto del milan, dai maxischermi della nazionale alla festa dei 150 anni dell’Italia.
Mai nessuna come questa, mai vista gente ballare a ritmo di tamburi in piazza mercanti, mai visto tricolori sventolare al di fuori delle partite della nazionale, mai visto giovani su un camion a suonare”power to the people” o arrampicati sin sulla statua equestre, sventolando bandiere colorate di arancione, senza far cadere una bottiglia per terra.
Milano era una città cinica, chiusa, asettica: a piazza Duomo, ieri, le coppie si carezzavano e si baciavano dolcemente mentre intorno dilagava la festa, gli anziani guardavano commossi e un po’ nostalgici quella generazione troppo spessa definita bruciata che gridava la sua liberazione, come un peso fosse finalmente venuto meno dal ventre obeso di una metropoli matroriata da vent’anni di cemento e di ordinanze.
Sembrano secoli scorsi le sparate di De Corato e di Salvini, i manifesti di Lassini, i presìdi del PDL davanti ai tribunali, i coprifuoco in colonne, i campi rom bruciati sotto gli occhi della polizia e i vigili che pestavano le madri di via Sarpi con il manganello. Sembra assurdo pensare che in questa città, a Porta Ticinese, un quartiere intero sia stato sequestrato dalla polizia e dall’esercito per sgomberare ragazzi di una compagnia teatrale, rei di occupare uno stabile tutt’ora abbandonato per provare i propri spettacoli. Inciampare mentre si attraversava la strada significava incorrere nelle strombazzate degli automobilisti, a chiedere indicazioni la gente ti guardava con sospetto, come gli dovessi rubare il portafoglio.
Forse è ancora così, forse sarà ancora così; ma questa sera, in piazza Duomo, a trovarsi di fronte, di fianco, di lato, dietro ad un perfetto sconosciuto rimediavi un sorriso.
Questa sera, a piazza Duomo, una piazza intera, gremita, arancione, cantava, braccia al vento e accendini in mano, sulle note di Gaber
la libertà non è star sopra un albero
non è neanche il volo di un moscone
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione
Buon giorno Milano


In seguito alla ben nota uscita della Moratti durante il confronto elettorale con Pisapia, tra i media nazionali c’è chi ha finalmente iniziato a riscontrare qualche analogia tra la nostra situazione di scontro politico istituzionale e quella che, parecchi anni fa, vide l’affermarsi del fascismo in Italia.
Si discute infatti dell’ormai dilagante tendenza, impostasi con particolare veemenza nel corso dell’attuale campagna elettorale, di impostare il dibattito politico sull’individuazione del nemico, sulla denigrazione dell’avversario, sullo scontro frontale, un’arena la cui bassezza non si era mai toccata nemmeno negli anni della contrapposizione tra DC e PCI, quando gli slogan “ nel segreto dell’urna elettorale dio ti vede, Stalin no” potevano essere letti nei manifesti elettorali.
Il problema è che nessuno pone enfasi con quanta concretezza tale rischio sia reale. Alla fine del dopoguerra, i padri costituzionalisti che scrissero il testo fondamentale alla base della nostra nazione ebbero come punto di riferimento il fallimento dell’ordinamento precedente, del Regno d’Italia e dello Statuto Albertino, e sulla base delle debolezze riscontrate disposero infatti alcuni punti fondamentali, a salvaguardia del nostro ordine democratico: proporzionalità del voto, giustizia costituzionale, indipendenza dell’organo giudiziario.
Vediamo dunque, allo stato attuale dei lavori, a che punto siamo.
Proporzionalità del voto: il primo passo che consentì al fascismo di imporsi in Italia fu ottenuto falsando le regole del gioco elettorale. Attraverso la celebre legge Acerbo, che assegnava automaticamente al partito che avesse ottenuto la maggioranza relativa – ossia non il 50%+1, ma semplicemente il partito più grosso del paese – la maggioranza assoluta e spropositata dei seggi in parlamento – circa il 66% – rese possibile ad una forza che non riuscì mai a superare la soglia del 30% di ottenere la maggioranza assoluta e di governare senza tener conto delle restanti forze politiche. Non è un caso che, pur avendo la Repubblica conosciuto leggi elettorali diverse, il principio di “un voto vale uno” sia sempre stato rispettato, tanto da essere incluso nella costituzione stessa.
Bene, questo primo baluardo è già miseramente caduto.
Con l’introduzione dell’altrettanto celebre legge porcellum si è infatti deciso di assegnare nuovamente un premio di maggioranza il cui funzionamento risulta assolutamente identico alla legge che portò il fascismo al governo: il partito di maggioranza relativa ottiene il 55% dei seggi e infatti, alle ultime elezioni politiche, la coalizione di governo, passata alla storia per aver ottenuto la più ampia maggioranza della storia della Repubblica, è stata anche la prima coalizione a rappresentare una minoranza del paese, avendo ottenuto poco meno del 48% dei consensi tra i partecipanti al voto.
Giustizia Costituzionale: altro punto cruciale che segnò la svolta autoritaria del Regno d’Italia fu l’assenza di un meccanismo che potesse porre le disposizioni dello Statuto in un rapporto di forza rispetto alla legge ordinaria. Libertà, uguaglianza, stato di diritto erano tutti principi contenuti e mai abrogati fino all’entrata in vigore dell’attuale costituzione, anche durante il ventennio fascista, ma si rivelarono proclami vuoti e privi di significato in quanto una qualsiasi legge, approvata dal parlamento, non poteva essere giudicata per il suo contenuto, nemmeno avesse stravolto – come poi effettivamente accadde – i principi basilari su cui si poggiava lo stato stesso.
A questo serve la Corte Costituzionale, organo supremo di garanzia, che può giudicare la legge approvata dal parlamento e, se non conforme ai principi ed ai limiti imposti dalla costituzione, può dichiararla incostituzionale, rendendola ineffettiva.
Come ben sapete è intenzione del governo riformare il meccanismo di nomina dei giudici della corte, al fine di concedere la maggioranza delle nomine al governo stesso che, così, si troverebbe con una consulta in maggioranza da lui nominata e per, questo, naturalmente, con lui schierata.
Ancora, è notizia di poche settimane fa la presentazione di un disegno di revisione costituzionale volto a modificare il secondo comma dell’art 1 della costituzione, che recita
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Intenzione del governo è affermare la superiorità, in caso di contrasto, del parlamento rispetto agli altri organi dello stato e, in particolare, rispetto alla Corte Costituzionale.
Indipendenza della Magistratura: ultimo tassello che permise il completo annullamento di ogni principio di libertà e giustizia sociale nel nostro paese fu la diretta dipendenza dei magistrati del Regno d’Italia nei confronti del ministro della giustizia, che godeva del potere di determinare, con ampissima discrezionalità, l’andamento della carriera professionale di ogni magistrato. In una notizia apparsa per pochi minuti sui grandi telegiornali nazionali il governo ha annunciato di voler ripristinare tali poteri del ministro della giustizia – naturalmente non previsti e anzi assolutamente vietati dalla costituzione.
Questa è la situazione, ed è per questo che il voto amministrativo di domenica e lunedì, specialmente nella mia città, nella Milano culla di Berlusconi, è decisivo.
Perdere questo appuntamento e dare al nostro presidente le argomentazione per continuare a giustificare qualunque cosa faccia in forza del presunto consenso popolare dirompente di cui godrebbe – ma che non esiste perché, nel campione degli aventi votanti, il PDL non supera il 22%, mentre tra i votanti raggiunge a stento il 28%: comunque ben al di sotto della maggioranza degli italiani – significa rischiare che il governo riesca a mandare avanti tali disegni eversivi, dal chiarissimo intento di smantellare qualsiasi barriera un tempo prevista per evitare che, un giorno, una nuova dittatura si potesse abbattere su questo paese.
Siamo vicini al punto di non ritorno, e questa potrebbe essere l’ultima chiamata alle armi per difendere la democrazia da questo pazzo egocentrico ossessionato dalla sua mediocrità; un uomo che, raggiunta la sua ricchezza, il suo potere, la sua popolarità, si vede costretto a pagare come ogni coglione di questa terra per rimediare una trombata decente ed evidentemente ne soffre, in una corsa senza fine al potere assoluto.
Con la sua ultima promessa elettorale, la sospensione degli abbattimenti dei palazzi abusivi, ha ormai svelato completamente la sua faccia: cerca il voto dei delinquenti, dei poco di buono, di chi ha interesse che non vi sia giustizia e legalità in questo paese. Sta a noi dimostrare che in Italia noi onesti, noi persone perbene rappresentiamo la maggioranza e, se dalle urne ciò non dovesse emergere, ci troveremo di fronte a un bivio: stringerci a coorte, come recita il nostro inno, e combattere per la nostra nazione, oppure scappare, e lasciare il più bel paese del mondo a marcire nella sua putredine di italioti.
Fate che questo bivio non arrivi mai.

Inizia oggi un breve tour di articoli dedicati in maniera specifica alle elezioni comunali e amministrative del 2011 e, più nello specifico, alla corsa per la poltrona di sindaco di Milano.
Partiamo dunque dal sindaco uscente, anch’esso in corsa per il “titolo”: con uno stupore non indifferente mi è infatti spesso capitato di sentire inaspettate parole di apprezzamento vero la Mortizia nazionale, più frequentemente da gente che proviene da fuori Milano – il che in fondo spiegherebbe tutto – ogni tanto persino da chi questa città la abita.
Ripercorriamo dunque i grandi successi dell’attuale giunta comunale, e facciamo un po’ di chiarezza.
EXPO 2015: come tutti ben saprete risale al 2008 la designazione di Milano ad ospitare la prossima esposizione universale. Al fine di accogliere al meglio tale evento, fu a suo tempo varato un imponente piano di opere pubbliche comprendenti strade, metropolitane, vie navigabili e un vasto complesso di tre grattacieli dove oggi sorge la vecchia fiera di Milano.
Ad oggi, nulla di tutto questo sembra essere stato persino iniziato: da un lato le continue dispute sulle designazioni degli incarichi tra comune, provincia e regione – da notare, tutti governati dal centrodestra – hanno portato ad una sostanziale paralisi decisionale e, giunti a ridosso della prima metà del 2011, i lavori non sono stati iniziati, non è ancora stato deciso in che modo sfruttare e gestire i siti designati, molti dei siti designati non sono ancora stati acquistati o espropriati.
Anche le opere di viabilità e di collegamento non se la passano meglio: la pedemontana esiste solo sulla carta, il tunnel per Linate e la stazione TAV di Rho Pero nemmeno su quella, mentre dei famosi progetti di rinascita dei navigli, compresa la via d’acqua che dovrebbe collegare Milano prima a Cremona, poi a Venezia, non ci sono più pervenute più notizie dal momento della presentazione del progetto EXPO.
In compenso, enormi quantità di denaro sono state spese in consulenze e le infiltrazioni mafiose all’interno dei lavori dell’EXPO sono floride e in continua crescita.
PGT: argomento già trattato dal sottoscritto – lettura consigliata, anche se lunga e un po’ troppo particolareggiata – quando non era ancora stato approvato, il piano del governo del territorio, cavallo di battaglia tanto sbandierato dalla giunta uscente può essere riassunto in una semplice parola: cementificazione.
Si prevede infatti di:
a) aumentare l’indice di edificabilità nelle parti più interne della città, che significa palazzi più alti e destinazione degli spazi liberi all’edilizia invece del verde pubblico.
b) presunto incremento del verde pubblico nel centro città, salvo aver prima aumentato la cementificazione, con un paio di viali alberati nelle strade più larghe della capitale meneghina – e già immagino quanti bambini giocheranno sotto quella sottile striscia di alberi, a ridosso di simpatiche macchine brum brum che sfrecciano a pochi metri.
c) presunto aumento della copertura dei mezzi pubblici. Un progetto a dir poco rivoluzionario perché si integra con il piano di cementificazione del punto a: non si potenzieranno infatti le linee e i mezzi pubblici, ne si creeranno nove tratte; semplicemente, si sposterà il maggior numero di case e di uffici negli immediati ridossi delle fermate dei mezzi. Risulterà così sulla carta un numero maggiore di persone potenzialmente servibile dai mezzi pubblici e se poi già oggi entrare in un tram o una metro all’ora di punta è un impresa degna di Rambo be… vorrete mica che qualcuno creda al TG3?
d) riqualificazione dell’area periferica della città e delle grandi cascine: l’intento è di dire: tho, fuori dalla città c’è tanto verde, e visto che noi nel conto mettiamo pure questo… guarda quanto verde pubblico che abbiamo aggiunto! Il fatto che per arrivarci ci si impieghi sui 45 minuti con i mezzi, nonché la notoria sicurezza dei luoghi, tali da renderli rifugi perfetti per le famiglie, non rilevano, mentre è interessante notare che, mentre per la cementificazione ci si affida all’iniziativa privata, per la riqualificazione si adottano soldi pubblici e, alla luce di quanto accade notoriamente in Italia, possiamo ragionevolmente dubitare dell’effettiva riuscita del progetto.
DERIVATI: Lo sapevate che la giunta Moratti ha dilapidato le casse del comune – quindi i soldi di voi milanesi - giocando in borsa con titoli derivati ad altissimo rischio, poi puntualmente persi in seguito alla crisi economica, ed indebitando come mai prima d’ora le casse del vostro comune di residenza? Sapevatelo!
MEZZI PUBBLICI: interessante è stata anche la sistematica attenzione dedicata dalla giunta al tema trasporto pubblico. Archiviata – non dalla Moratti.. almeno questo! – l’era dell’oro dell’ATM, un tempo in cui i tram prestavano servizio a qualunque ora del giorno e della notte, fino all’anno scorso erano comunque previste corse fino alle 2.45 di notte. Si è proceduto prima con l’abbassare la soglia – naturalmente senza comunicare nulla a noi utenti – alle 2 in punto, poi all’1.35, tradottasi nei fatti nell’impossibilità di trovare un tram ancora in servizio dopo le 00.30… tutti a letto alle dieci insomma.
Non solo: l’oculato ed intelligente fiorire dei cantieri per la prossima linea 5 ha portato ad un numero indicibile di deviazioni, raccordi con servizi sostituitivi e ritardi, coronati da un orario quasi mai rispettato e dal rischio di ritrovarsi abbandonati di fronte al cimitero monumentale in piena notte: perché loro tengono alla tua sicurezza.
DARSENA: narriamo invece delle meravigliose opere di ingegno architettonico che l’attuale giunta ha saputo regalarci in una delle zone storiche più vitali della città, nonché mia zona di residenza. L’iniziale progetto di parcheggio sotterraneo sotto il bacino della darsena stesso si è infatti presto arenato di fronte alla più impensabile delle conclusioni: la zona è piena di resti di antichi monumenti romani, e naturalmente non si può spianare tutto. Ne è derivato uno stallo che dura da diversi anni, che hanno visto il fiorire di una folta vegetazione paragonabile alla giungla congolese, e che probabilmente la giunta citerà nei dati del “verde pubblico”. La nuova passerella che taglia in due la darsena, preludio di un progetto ancor più ardito di cui forse un giorno parlerò, è stata fatto con un canale di collegamento tra le due parti della darsena assolutamente ridicolo, che ha portato alla formazione di un simpatico lago di acqua stagnante. Oltre all’invasione di zanzare che ci aspetta quest’estate, le ambizioni della Moratti vanno ben oltre: far ricomparire l’antica piaga della malaria, presente ormai solo a ridosso dei paesi del terzo mondo, specie quelli africani, e un giorno forse anche nel cuore dell’Europa, nel cuore della città più ricca d’Italia, Milano!
Insomma, questo un “breve” riassunto dei grandi successi della nostra amministrazione comunale. Giusto per dare uno spunto di riflessione a quelli che “secondo me la Moratti non ha fatto così male”.
In: Genesi
6 mag 2011Nell’ambito del ciclo di incontri promosso dall’Associazione ‘Libera’ assieme alle Università milanesi sulla presenza della ‘Mafia al Nord’,
mercoledì 4 maggio 2011, ore 16.30, nell’aula 208 – Università degli Studi di Milano, si terrà un seminario su:
‘Strategie di contrasto e di repressione della criminalità mafiosa’,
con la dott.ssa Ilda Bocassini della Procura della Repubblica di Milano, la quale ha condotto nei mesi scorsi alcune importanti indagini sulla presenza della criminalità organizzata nel territorio milanese.
Nel corso dell’incontro verranno analizzati gli strumenti legislativi per la repressione della criminalità organizzata (ipotesi di reato, misure di prevenzione, strumenti processuali, etc.), nonché le concrete modalità organizzative ed operative seguite dalle Procure lombarde per contrastare il radicamento e la diffusione della criminalità organizzata in Lombardia, anche attraverso l’illustrazione di alcune indagini o parte di esse già concluse.
Oltre alla dott.ssa Bocassini, interverranno il prof. Francesco Viganò, docente di diritto penale – Università degli Studi di Milano, il dott. Lorenzo Frigerio, giornalista – Associazione Libera, il prof. Fabio Basile, docente di diritto penale – Università degli Studi di Milano. Seguirà un breve dibattito.
Prova 1 2 3
In: Attualità
20 apr 2011
Per chi se ne fosse già dimenticato, risale a poche settimane fa il voto con cui la camera ha infine deciso di sollevare il conflitto di attrubuzione di fronte alla Corte Costituzionale, nel merito del processo Ruby.
Il teatrino periodicamente inscenato dalla nostra stampa e, più in generale, dall’informazione italiana non si è, al solito, fatto attendere e chiunque abbia in qualche modo seguito la questione avrà potuto pregiarsi di lunghe discussioni sulle intenzioni della maggioranza nella sollevazione di tale conflitto, sulla conseguente impunità che comporterebbe l’attribuzione del processo al tribunale dei ministri ed altre affinità varie.
Tali osservazioni sono tuttavia il mero frutto della scarsissima profondità analitica dei nostri organi di informazione e, soprattutto, della nociva tendenza che si è affermata in questo paese di prendere in considerazione dichiarazioni evidentemente assurde e prive di qualunque anche flebile ragionevolezza.
Si vorrebbe infatti sostenere che Berlusconi, la notte in cui telefonò alla questura di Milano, agisse come Presidente del Consiglio. Avrebbe telefonato, senza minimamente interpellare nessun responsabile di politica estera ne tantomeno nessuna ambasciata o organo diplomatico, per evitare che l’arresto di quella che questo sant’uomo condierava la nipote maggiorenne di Mubarak portasse al sorgere di un incidente diplomatico con l’Egitto.
Per quanto la faccia tosta di una certa parte politica non sia mai stata disattesa, e per quante balle riescano senza batter ciglio a far passare agli occhi dell’opinione pubblica, nemmeno il più accanito sostenitore del sultano potrebbe nemmeno lontanamente credere che un organo come la Corte Costituzionale possa accogliere un delirio simile, forse nemmeno Capezzone o la Santanché.
Dunque, appurato che tale ricorso verrà inevitabilmente sonoramente bocciato, e che nessuno tra chi l’ha sollevato si sogna che questo tentativo possa riuscire, la domanda resta: perché è stato sollevato?
Per rispondere bisogna fare un piccolo sforzo di memoria e ricordarci che il governo ha manifestato più volte l’intenzione di riformare la costituzione e, in particolare, la composizione numerica dei membri della Corte Costituzionale, con lo scopo di paralizzarne il funzionamento.
Perché questo organo sia di un’importanza fondamentale, e che cosa possa comportare la sua paralisi sarà argomento che tratterò, prima o poi, in un articolo separato: basti sapere in questa sede che è il perno su cui si fonda il nostro stato di diritto, nonché unico cardine che impedisce ad una qualunque maggioranza di potersi imporre, almeno sulla carta, come forza dittatoriale.
Tale mossa del governo non mira dunque a cercare di paralizzare il processo Ruby, ma mira ben più in alto: portare la Corte Costituzionale a pronunciarsi contro il parere della maggioranza, per spostare lo scontro politico su di essa e, con l’ausilio degli enormi mezzi mediatici di cui il presidente dispone, creare il clima necessario a far pressione sulla Corte, affinché non bocci poi la sua riforma costituzionale.

In: Attualità
19 apr 2011
Sebbene con un po’ di ritardo, vale la pena fare un po’ di chiarezza su una questione sollevata con particolare veemenza nel corso della celebre trasmissione di Santoro, Annozero.
Il fatto risale a qualche tempo fa quando, contestualmente alla votazione del conflitto di attribuzione alla camera, il segretario del partito democratico Bersani è sceso in piazza e, nel mentre del comizio, ha confuso la Corte Costituzionale con la Cassazione.
Fin qui nulla di eccezionalmente rilevante, non fosse che, la sera stessa, un cocainomane della libertà, che risponde al nome di Giorgio Stracquadanio, non ha smesso per tutta la prima parte della trasmissione di dare dei rincoglioniti a tutti i presenti perché la cassazione in questo tipo di decisioni non avrebbe nulla a che fare, dispensando poi per tutto il seguito della serata fantasiose lezioni di giurisprudenza ai fortunati presenti.
La tesi sostenuta da questo esimo giurista è infatti che la cassazione potrebbe essere chiamata a giudicare sulla competenza ( e fin qui non ci piove) territoriale ( e qui invece è bufera pesta) mentre il conflitto di attribuzioni sarebbe funzionale per le restanti questioni.
Vale dunque la pena, naturalmente, di considerare le parole di Stracquadanio come pura immondizia e, fatto questo, spiegare anche il perché. Il conflitto di attribuzioni si occupa infatti del conflitto tra poteri e, più precisamente, tra i tre poteri – legislativo, esecutivo, giudiziario.
Sono dunque esempi di conflitto di attribuzione quelli sorti tra stato e regioni, tra regioni e regioni, tra tribunali e stato e via dicendo. Il conflitto di competenze è altra cosa, ma fino ad un certo punto: riguarda infatti eventuali contese sorte all’interno del medesimo potere ed esempi tipici sono dati da eventuali conflitti tra tribunali civili ed amministrativi.
Di conseguenza, è vero che il conflitto di attribuzioni è uno strumento assolutamente idoneo a trattare la materia sollevata dalla camera, perché tribunale ministeriale e procura di Milano sono due poteri, e la Corte Costituzionale si occupa anche di questo.
Tuttavia, tale conflitto è anche un conflitto tra due organi del medesimo potere, quello giudiziario, e per questi casi è anche praticabile appunto la sollevazione del conflitto di competenze, da parte delle parti del processo o di una di esse, di fronte appunto alla Cassazione, con buona pace di Stracquadanio.
Il perché si sia deciso di rimettere la decisione alla Corte è stata materia già trattata da me in un precedente articolo.
Detto questo: <<Stracquadanio, si ripresenti a settembre>>
“tipica frase dell’esaminatore di giurisprudenza che boccia il coraggioso studente impreparato senza appello

In: Attualità
12 feb 2011
All’indomani della risoluzione Onu sulla situazione libica ed all’inizio delle ostilità della comunità internazionale nei confronti del regime di Gheddafi, ho iniziato a leggere per la rete le varie analisi, i vari commenti e le varie opinioni sul tema, non senza sorpresa.
Sebbene veda che l’attuale ristretta comunità di tumblr – personalmente da me ritenuta particolarmente valida e degna di ascolto – abbia già assunto una posizione molto marcata, all’insegna del pacifismo più radicale e della condanna della comunità internazionale per il così detto “nuovo colonialismo”, mi permetto di dissentire e, anzi, di affermare che quanto letto fin’ora – inquinato per di più ad assurde ed inconcludenti considerazioni legate alla guerra in Iraq, alla questione Medio Orientale e persino all’unità d’Italia ed all’autodeterminazione dei popoli – altro non siano che emerite stronzate, fuffa ai massimi livelli.
Sia chiaro: quando si afferma che l’intervento militare non è dettato da ragioni umanitarie o filantropiche, quanto più da opportunismi economici ed interessi di carattere puramente egoistico non si dice nulla di sbagliato: non esiste al mondo nazione che mobiliterebbe forze aeree, navali – e, a giudicare da alcune immagini che giungono dai nostri porti siciliani, persino terrestri – del valore di svariate centinaia di miliardi, e che necessitino di altrettante risorse per essere adoperate, per pura cortesia nei confronti dei propri vicini di casa.
È però altrettanto vero che una politica non interventista, da tanti pacifisti ora auspicata nei confronti della nazione libica, altro non è che una posizione indifendibile ed assolutamente sconsiderata, priva di qualunque ragionevolezza.
Non ha infatti senso paragonare la Libia all’Iraq ed all’Afghanistan: in questi due tristemente noti casi, abbiamo avuto una vera e propria aggressione da parte degli Stati Uniti – in seguito più o meno supportata dalla comunità internazionale – nei confronti di paesi che non solo non avevano neanche lontanamente raggiunto la maturità politica e culturale per intraprendere un percorso democratico che si differenziasse da quanto la loro storia avesse fino ad allora conosciuto, ma non era mai stata nemmeno espressa una vera volontà di cambiamento rispetto ad una situazione che, evidentemente, era legata alla loro identità e non ancora pronta ad essere intaccata.
In questo contesto, un intervento militare dettato da ragioni puramente economiche, sebbene si sia tentato di mascherarlo come “lotta al terrorismo islamico”, non poteva non essere condannato, e la storia ha già sputato la sua sentenza.
Questa non è tuttavia la situazione libica: in Libia abbiamo assistito – a seguito di quell’incendio democratico nato in Tunisia ed ancora dilagante nel resto del mondo arabo – ad un sollevamento popolare di massa. Gheddafi è stato sostanzialmente disconosciuto e rifiutato dalla stragrande maggioranza del paese, una protesta ed un sentimento per cui non sono valsi missili ed esercito – poi in parte unitosi alla protesta – schierati contro la folla, genti desiderose di cambiamento e di intraprendere quel cammino che, incerto e sempre pericoloso, ha in alcuni casi portato alla democrazia molti paesi.
In questo contesto, il rais è riuscito a sopravvivere con il solo ausilio dei propri mezzi militari: aerei, carri armati, artiglieria pesante, verso cui nessun popolo e nessuna folla potrebbe umanamente combattere. In seguito, assoldati mercenari dai vari stati africani confinanti, è riuscito a sferrare la contro offensiva nei confronti del popolo libico, fino a costringerlo nella roccaforte di Bengasi.
È difficile da accettare, ma Gheddafi sta vincendo: i ribelli non hanno più i mezzi per resistere a lungo all’offensiva del dittatore, e le possibilità che il fronte muti sono pari allo zero assoluto. Si può ragionare con il senno di poi, dire che si sarebbe dovuti intervenire prima, stroncare sul nascere con attacchi mirati le forze derivanti dai mezzi pesanti dell’esercito libico prima che potesse reagire e assestare colpi così duri all’opposizione, per lasciare poi al popolo libico, abbattuti quegli ostacoli insormontabili che avrebbero inevitabilmente finito per soverchiarli, il compito di finire l’opera e di intraprendere la propria strada, in pieno rispetto del principio di autodeterminazione dei popoli – principio per altro molto malleabile, e su cui si potrebbe discutere molto, ma su cui in questo momento non mi pare sensato discutere.
Questa era la mia posizione sin dal principio, ma così non è stato.
Ieri avevamo un dittatore genocida che, in procinto di spazzare via le forze militari del fronte d’opposizione al suo regime, avrebbe poi proceduto ad una vera e propria carneficina umana – come tra l’altro perpetuato fino ad ora.
Cosa avremmo dovuto fare? Lasciare la Libia a se stessa, predicare ideali di pacifismo nel mentre di uno sterminio che si annunciava come il più violento degli ultimi decenni? Ovviamente: la prossima volta che ci troveremo di fronte ad un paese aperto al dialogo come la Germania nazista perché non predichiamo pace amore a bordo di maggioloni e T1, mentre entriamo a farci la doccia nelle ridenti strutture di Aushwitz, Birkenau o Dachau.
Forse, invece di pensare subito a “perché in Libia si e in Iran no”, alla presenza o meno di interessi economici – non si capisce poi perché, fosse davvero la matrice economica la sola a muovere questo intervento, dovrebbe essere così fondamentale rimuovere un dittatore che fino ad oggi ha garantito lo sfruttamento delle risorse della sua nazione alle potenze occidentali, senza risultare poi così scomodo – sarebbe il caso di guardare alla situazione attuale, e forse ci si renderebbe conto che un intervento militare non può ragionevolmente essere evitato.
Tenteremo di avere da tale intervento un tornaconto? Siamo mossi da interessi opportunistici e non completamente disinteressati? Ci sono nazioni che vedrebbero sicuramente di buon occhio una restaurazione di governi autoritari in queste zone del mondo? La risposta e sì, ma ciò non cambia le cose: in fondo, ricordiamoci che l’impero napoleonico, quando diffuse in tutta Europa i valori della rivoluzione Francese, non era certo mosso da intenti benevoli o caritatevoli. Non per questo non promosse quel processo che porterà poi alla caduta delle monarchie occidentali di stampo assolutistico ed alla lenta formazione delle attuali democrazie.
Alla luce dei fatti, questo intervento contro Gheddafi – che a mio parere deve categoricamente restare confinato ai bombardamenti, volti a piegare le forze del rais e precludergli la possibilità di imporsi sulla maggioranza con l’uso della forza, e soprattutto non deve assolutamente sfociare in un’occupazione militare del paese – è veramente il minimo che si potesse fare. Se si trasformerà in un impresa colonialistica, se queste paure che si vanno delineando nella rete, e che sono assolutamente legittime, diventeranno realtà o meno è un’incognita su cui si potrà discutere, dibattere, per cui si potrà lottare, e dipenderà soprattutto dai libici e dai popoli arabi che oggi si ribellano il finale del film – sicuramente più che da noi.
Certo, nascondersi dietro al pacifismo in questo momento, sperando che un miracolo scenda dal cielo e abbatta Gheddafi in favore dell’opposizione democratica è semplicemente stupido e sconsiderato, e non fa altro che evidenziare la totale assenza di profondità di pensiero e di ampiezza di vedute in certi soggetti.
Nota a margine: per quanto la costituzione italiana sia criticabile sotto molti aspetti – quali la garanzia della laicità dello stato, del pluralismo dell’informazione e di altre questioni non meno importanti – non lo è assolutamente dal punto di vista della separazione dei poteri e della garanzia all’autodeterminazione della nostra nazione. Che quest’ultima venga limitata dall’esistenza di organi internazionali o sovranazionali è qualcosa di assolutamente lecito, previsto dalla costituzione stessa e presente nella quasi totalità degli ordinamenti democratici evoluti, e non intacca in alcun modo l’indipendenza della nostra nazione.
Affermare che, nell’occasione dei 150 anni dell’unità, sia stata dimostrata la nostra sottomissione nei confronti di altri stati alla luce dell’intervento forzato verso il “paese amico Libia” è semplicemente ignoranza allo stato puro. Ignoranza crassa quanto lo è credere che la Padania sia un’entità storica e che il sud sia sempre stato sottosviluppato rispetto al nord Italia.


Sembra proprio che qualcuno ai piani alti non voglia proprio che io mi dedichi a questo blog.
A mia discolpa ho da dire che mi è capitato veramente di tutto: è iniziata l’università, mi sono dovuto riabituare a svegliarmi alle 7:00 di mattina, poi è finito l’inchiostro della penna, poi ho stipulato l’abbonamento a BikeMI – riducendo di fatto il tempo passato in tram a scrivere – infine mi sono ogni tanto dimenticato di portarmi dietro il taccuino e, quando mi fossi anche ricordato, sono pure riuscito a prendere la penna sbagliata, quella scarica.
Non male, eh? Già, comunque sto finalmente riuscendo a riorganizzarmi dopo il trauma di, previ tre mesi di assoluta nullafacenza, tornare a studiare e nuovi articoli sono già in forno.
Mha… chi sa a chi sto parlando poi… comunque… restate in linea
In: Attualità
30 set 2010
Giovedì 23 Settembre, per la gioia del 20% dei telespettatori italiani, è ripartito Annozero, noto programma diretto e condotto da Michele Santoro su rai due.
Sul contenuto della trasmissione, dubito che tornerò un giorno a parlarne: le beghe tra FLI e PDL non mi interessano, e nemmeno le parole di un redento Bocchino che, evidentemente, ha dimenticato di essere stato dall’altra parte fino a ieri.
Più interessante, ed adito a spunti di riflessione, è stato invece il discorso iniziale di Santoro: qui, il giornalista si scaglia contro il direttore generale della rai, Mauro Masi, lamentando i suoi continui tentativi di sabotare il programma più riuscito di tutto il servizio pubblico – chissà per volere di chi, poi…
In particolare, dopo una lunga ed elaborata metafora sui bicchieri, Santoro osa tuonare contro il dg rai un terribilmente scurrile – copritevi gli occhi se siete minorenni – vaffan bicchiere.
Il giorno seguente, puntuali come un orologio svizzero, le polemiche: nessuno può mandare a fan bicchiere il dg della rai. E, non contenti di averlo già accusato di un simile, terribile misfatto, si trova il tempo di attaccare anche Travaglio. Pare infatti che, il fatto che gli sia lasciata piena libertà di parola – e che i soliti zerbini del premier in trasmissione non possano farlo tacere quando parla troppo – sia assolutamente inaccettabile; ci vuole un contraddittorio.
Insomma, il problema Travaglio non riguarda la veridicità di ciò che dice – d’altronde, le falsità sono la base fondante dell’attuale governo, come poter poi pure criticarle! – ma il fatto che, pur se innegabilmente di fronte al vero, non vi sia nessuno che possa contestare le sue affermazioni, alias contestare il vero, quindi affermare il falso: giusto, no?
Per chi fosse ancora un po’ basito dalla spiegazione, i termini sono all’incirca i seguenti: è come pretendere che, durante le previsioni del tempo, uno dica che pioverà, e l’altro che sarà una bellissima giornata di sole.
Se ciò già non bastasse, a muovere – o ad aver mosso – tali rimostranze sono personaggi che, a chi segua un minimo il dibattito pubblico quotidiano, non possono che far sorridere: oltre a Masi troviamo Chicchitto, Ghedini, Castelli, Bondi e compagnia.
Tornando all’idea del contraddittorio l’intenzione stessa, già ridicola di per se, a ben pensarci assume toni a dir poco grotteschi: secondo i principi di par condicio, a cui si ispira tale richiesta, alle parole di un tale di data fazione, dovrebbero rispondere le parole di un altro tale, di fazione opposta.
Ebbene, signori e signori, ciò che sfugge allo scaltrissimo direttore Masi, ed ai Ghedini vari, è che Travaglio è di destra.
Certo, non la destra che oggi fa a pezzi il nostro paese, lui fa sempre riferimento ai principi della “destra storica”, quella che l’Italia la costruì, e che combatteva la criminalità, invece di aiutarla.
Comunque, ciò non toglie che, se si volesse proporre qualcuno per contraddire Travaglio, gli toccherebbe pure trovare un giornalista di sinistra!
Masi invece, il contraddittorio, lo concepisce in modo differente: non basato sulle ideologie, ma sulla cultura. O almeno questo da ad intendere proponendo, in contrasto con una persona, colta, informata, sempre impeccabile nello stile, nella correttezza e nei modi niente meno che Vittorio Sgarbi, una scimmia urlante, ignorante, cafona ed anche un po’ stupida, facilmente riconoscibile per grazia del numero e del volume con cui suole ripetere insulti e cazzate varie, e che probabilmente farebbe venire qualche dubbio a Darwin riguardo alle sue ben note teorie.
Insomma, visto che non mi sembra sia necessario aggiungere altro, direi che possiamo concludere notando come, ancora una volta, alla direzione generale della rai si sia scelto quanto di meglio vi fosse su piazza, non trovate?

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In: Attualità
30 set 2010
Come previsto, la politica italiana offre sempre una gran quantità di materiale da cui attingere e, mentre vengo sballottolato in un 12 direzione Duomo, appena concluso un pezzo di cui probabilmente mi pentirò in futuro, come non approfittare del tempo che mi resta, seduto su questa panca di legno senza appigli, per parlarne un po’?
Naturalmente, l’argomento è Adro: il comune leghista del bresciano, già distintosi per la sua vergognosa apparizione sulle telecamere di Annozero e per la colossale ignoranza mostrata dal sindaco quanto dai suoi cittadini, ha colpito di nuovo nel segno.
Il caso ha voluto che il tema sia sempre lo stesso, la scuola: no, non hanno di nuovo cacciato dalla mensa dei bambini extracomunitari della materna. Hanno fatto di meglio, hanno inaugurato una nuova scuola.
Fin qui nulla di male, anzi: appare abbastanza evidente una certa carenza di istruzione tra i cittadini di quel comune, quindi una simile iniziativa non dovrebbe che fare del bene; questa scuola, tuttavia, è un po’ diversa da tutte le altre scuole che conosciamo: è infatti un edificio verde, circondato da un prato verde, con gli interni verniciati in verde, e con niente meno che settecento simboli della Lega Nord – e si, nonostante sia verde su verde, si vedono bene, questi settecento simboli.
Ora, tralasciando il carattere totalitario di tale gesto, assume invece un tono piuttosto comico ciò che ne segue: alle prevedibilissime – e alquanto necessarie, oserei dire – manifestazioni di sdegno verso una deturpazione che solo un uomo con questa faccia poteva produrre, il sindaco inizia a bofonchiare tragicomiche spiegazioni, sostenendo che il “sole delle alpi” – ma va? si chiama così? – altro non sarebbe che un simbolo della sua stessa terra, scelto solo in seguito dalla Lega, e che lui non ha nessuna colpa se un partito, a cui lui casualmente appartiene, ne fa uso.
Ma certo, come dargli torto: riempiamo una scuola di svastiche per poi iniziare a blaterare che questo è un simbolo buddista che affonda le sue radici nel neolitico. Che colpa ne abbiamo se poi i nazisti hanno trucidato milioni di sporchi ebre… ehm… vittime innocenti?
Così, durante “l’infedele”, emergono altri dettagli: furbescamente non solo questo piccolo Einstein del bel paese – pardon, dell’Impero Celtico – ha sfigurato una scuola nuova di zecca con quell’orribile sole, ma ha anche avuto la geniale trovata di farlo verde, caso mai qualcuno avesse avuto dubbi sul suo significato. Nel corso della trasmissione, ciò non manca di essere sottolineato da un ospite in studio, smontando con una parola tutta la difesa costruita con assoluta maestria da Oscar – si, il genio si chiama così – con l’aiuto di un resuscitato Borghezio. Non contenti dello smacco, riescono ancora a tirare un’ultima sparata: le pietre della nostra terra – immaginate una pronuncia molto tendente al tribale, o al bresciano stretto – sono verdi!
E già, a chi non è mai capitato di passare per Brescia e notare che questa terra, tra erba, pietre e raduni di marziani dal fazzoletto verde sia permeata da una verde monocromia, tanto da far invidia alla lontana Irlanda.
Senza nulla togliere alla finezza culturale del sindaco, tale sparata colossale si basa su un che di vero: esiste infatti una pietra di colore verde, che si trova anche nel bresciano. Affermare che, però, i suoi antenati di seicento anni fa abbiano scolpito il simbolo solo ed esclusivamente in questa pietra verde, perché chiaramente erano già leghisti e gli altri colori li detestavano, è alquanto ridicolo: tutt’al più ogni tanto gli sarà capitata quella specifica roccia.
Inoltre – guarda a volte la coincidenza – la tonalità di verde usata è esattamente la stessa del rinomato simbolo leghista.
Di buono c’è che un gesto così plateale e per altro così inopportuno – in quei giorni si votavano importanti provvedimenti di stampo federalista – ha lasciato perplessi persino gli uomini stessi del carroccio, da Maroni a Bossi.
Il druidus maximus in particolare, sbiascica un commento particolarmente comico: ne poteva fare uno solo, ma bello. Bisogna comprenderlo, sono anni che cerca di riuscire a disegnare il suo complicatissimo simbolo di partito, non può mica sentirsi dire che non è suo, ma di un bresciano vissuto seicento anni fa!
Così, dopo una consueta riunione di partito – intorno ad un fuoco per l’annuale gara di testate – alla fine il vincitor… ehm… la sentenza è stata proferita: via il nostro simbol… ehm… il sole delle alpi dalla scuola

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Dopo la pubertà subisco una seconda metamorfosi: mi torna a crescere il pelo, la notte non dormo e il giorno non lo reggo.
Cazzo, sarò mica un lupo mannaro?
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